
Maggiore Pietro Toselli

Tenente Colonnello Giuseppe Galliano
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IL MISTERO DEL BUSTO
Via Lepanto è una strada trafficatissima, c’è una stazione della
Metropolitana, a pochi metri un capolinea del Cotral, vi si affacciano
affollatissimi Uffici Giudiziari, è strangolata dal parcheggio selvaggio
di autovetture e motorini; c’è anche un giardino in non brillanti
condizioni e in due piccole aiuole incolte si innalzano due colonnette
che reggono busti bronzei che rappresentano due uomini in antiche
uniformi con grandi baffi umbertini, le dediche sono piuttosto sbiadite
e sicuramente nessuno dei tanti frequentatori della via sa chi siano.
Sveliamo il mistero, sono le effigi di due ufficiali caduti nella prima
guerra contro l’Etiopia ai tempi di Crispi, ambedue Medaglia d’Oro, il
Maggiore Pietro Toselli e il Tenente Colonnello Giuseppe Galliano, tutti
e due piemontesi della provincia di Cuneo. Il primo, nato nel 1856, dal
1888 fu di stanza in Eritrea e si distinse in numerosi combattimenti
divenendo comandante di un Battaglione Ascari, il IV, composto di
indigeni eritrei che lo idolatravano; quando nel 1895, per controversie
sorte sull’interpretazione del Trattato di Uccialli, il Negus Menelik
marciò contro la Colonia Eritrea, il maggiore Toselli fu inviato con il
suo battaglione e alcune bande irregolari a controllare l’avanzata
dell’esercito etiopico che marciava lentamente, male armato, peggio
equipaggiato e vettovagliato, ma numerosissimo. Il 7 dicembre 1895,
troppo fiducioso nella superiorità di truppe organizzate, accettò
imprudentemente battaglia alle pendici dell’Amba Alagi. Il piccolo
distaccamento fu distrutto dopo eroica resistenza, Toselli e tutti i
suoi ufficiali caddero in combattimento, il battaglione annientato. Il
secondo, Galliano, nato nel 1846, ebbe una carriera analoga, in colonia
dal 1887 si segnalò in ripetuti scontri con Etiopici e Dervisci Sudanesi
e nel gennaio 1896 fu incaricato di occupare il Forte di Macallé in
località Endà Jesus e qui bloccò per quasi un mese l’esercito etiopico;
rimasto senza acqua e munizioni riuscì a patteggiare l’uscita dal forte
con l’onore delle armi riunendosi al corpo di spedizione italiano che,
guidato dal Generale Barattieri e costituito da quattro brigate, stava
avvicinandosi. Il 1 marzo 1896 italiani ed etiopici si scontrarono ad
Adua, le truppe italiane attaccarono in formazione a tridente con
eccessiva fiducia nelle loro capacità ma le colonne per l’orografia del
terreno e la mancata conoscenza dello stesso si separarono e, attaccate
isolatamente, furono respinte con gravissime perdite in morti e
prigionieri; Galliano alla testa del suo Battaglione combatté sul Monte
Raio scomparendo nel corso della battaglia. Subito il fiume della
retorica nazionale si scatenò, invece di accertare le cause della
disfatta, gli errori di comando, le presunzioni, le impreparazioni, si
pose l’accento sugli eroismi trasformando una bruciante sconfitta in una
“quasi” vittoria; monumenti e lapidi spuntarono ovunque ed anche i
nostri due busti andarono ad arredare il giardino davanti ad una caserma
nell’allora Piazza d’Armi. Forse per la sensibilità odierna i due
Caduti, e tanti come loro, non sono da considerarsi eroi ma sanguinari e
violenti, brutali esecutori di una politica aggressiva e colonialista,
ma quale che sia il senno del poi deve rimanere sempre il grande
rispetto per chi ha adempiuto a quello che credeva il suo dovere e ha
pagato di persona. Per più di un secolo i due busti hanno continuato
tranquillamente il loro muto colloquio ma di recente il busto di Toselli
è sparito e la colonnetta è stata abbattuta, poi è stata rialzata e
qualche giorno fa il busto è ricomparso dopo mesi di assenza dovuta
forse a restauro o a furto o a danneggiamento per atto vandalico.
I tempi sono cambiati e forse non è opportuno che le due piccole opere
d’arte, significativo esempio dello stile eclettico di fine ottocento,
restino esposte alla fiducia di gente che in tanti casi non la merita.
Sarebbe il caso venissero spostati in sito più sicuro, museo o caserma,
dove potranno continuare ad assolvere il loro compito di sentinelle
silenziose che montano la guardia ad un passato dimenticato.
Roberto Filippi
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