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2005

Bordline - Riflessioni
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Sommario


LE RIFLESSIONI DI MARCO






 

GIOCARE ALLA GUERRA FA BENE

Ho seguito con attenzione l’esercitazione antiterrorismo che si è svolta a Roma all’inizio di ottobre e che ha coinvolto tre gruppi di volontari, pompieri e forze dell’ordine, rispettivamente al Colosseo, vicino alla Stazione Termini e a Corso Vittorio. Meglio di me l’ha seguita mia madre, che suo malgrado si è trovata in mezzo all’esercitazione all’uscita da casa, sotto una pioggia torrenziale, chiusa tra il cordone dei pompieri e i No global che hanno comunque aggiunto una nota di realismo. Quanto alle ambulanze, sono arrivate traffico permettendolo, cioè dopo venti minuti. Ma bene hanno fatto a simulare il tutto facendo partire uomini e mezzi dai luoghi dove stanno ogni giorno. Il debriefing di un’esercitazione comporta sempre l’analisi impietosa di tutto quello che non funziona o che non ha funzionato, e sicuramente stanno ancora discutendo a porte chiuse su quanto va fatto sul serio per la prossima volta. Naturalmente in tv abbiamo visto la parte scenografica dell’apparato, ma rispetto a Milano si sono p.es. evitati i falsi feriti dipinti di rosso e altri elementi che avrebbero potuto creare confusione fra gli estranei, cioè i comuni cittadini.

Il realismo dell’addestramento e delle esercitazioni che lo coronano è sempre stato un problema serio. Non sempre è possibile ricostruire un contesto credibile, vuoi per motivi di sicurezza, vuoi per il costo. Va da sé che l’addestramento, militare o civile che sia, presenta alla fine sempre gli stessi limiti: struttura stereotipata, scarsa rispondenza con la realtà. In questo resta esemplare Gunny, un vecchio film di Clint Eastwood, dove un bravo sergente maggiore dell’esercito americano si batte per poter addestrare i soldati in modo meno convenzionale, visto poi che in guerra ci devono andare sul serio. Non che non si siano fatti passi avanti: io stesso ho visto alla scuola militare NBC (nucleare, batteriologica e chimica) di Rieti un poligono dove è ricostruita persino una stazione di metropolitana, come fossimo a Cinecittà. Ma chi è stato militare sa benissimo che gli allarmi si sanno sei ore prima; che le zone addestrative restan sempre le stesse per anni; che si risparmia sempre sull’addestramento non potendo tagliare il resto. Questo non significa che tutto fili liscio: ci si aspetta sempre che gli ordini vengano trasmessi, compresi ed eseguiti; che i motori funzionino sempre; che tutti abbiano uno standard di comune intelligenza accettabile; che le radio oltre che pesanti siano pure funzionanti.

Il terrorismo complica le cose. Se gli obiettivi sono civili e il contesto è metropolitano, la città è la palestra, né basta ricostruire alla Scuola di Fanteria il “villaggio fantasma”. Si tratta di interagire con una serie di enti civili con i quali va impostato un coordinamento serio, come ben sanno quelli della Protezione Civile. Vanno organizzate per tempo procedure standard e stabiliti livelli di responsabilità, tarate le frequenze delle radio. In più, al personale di enti diversi va assicurata una preparazione comune di base che eviti confusione, sovrapposizione di compiti e squilibri. Come si vede, non è facile. Né è facile controllare tutte le stazioni della metro o i nodi stradali, vista anche la tipica tendenza italiana a proteggere i centri di potere, trascurando invece le vie di comunicazione. Ma resta la domanda iniziale: a che serve tutto questo? La risposta è: a dare sicurezza. Esercito e Protezione Civile non creano ricchezza, la proteggono. Anche se metà degli italiani ha considerato queste esercitazioni un fastidio o peggio una buffonata (striscione dei No global: “Ma che state a fa’?), una parte della popolazione si è sentita rassicurata. Tutti sapevamo che i morti erano finti, anche se qualcuno sicuramente si è spaventato. Non si prova soltanto il dispositivo di sicurezza, ma si collauda e si abitua anche il nostro sistema nervoso ed emotivo all’eventualità che la tragedia possa succedere. Ricordo che anni fa, durante le guerre di mafia, a Palermo i ragazzini giocavano per strada “col morto”, cerchiando di gesso l’asfalto dove il “caduto” giaceva stramazzato al suolo. Ai depressi,un medico americano ha persino consigliato di scavarsi la fossa. Sono quei meccanismi che, anticipando o immaginando il peggio, funzionano un po’ come il vaccino: mi inietto un po’ di microbi e batteri per poter vincere il male. Altrimenti subentra il fatalismo. Ma quello ormai è un concetto estraneo alla società occidentale.

Marco Pasquali
12 ottobre 2005